Chi non vuole il cambiamento?

L'assurda e abnorme condanna di Berlusconi, per reati inesistenti senza concusso e nè vittime, è l'ennesimo tentativo di bloccare chi vorrebbe finalmente riformare questo nostro bistrattato Paese. "E' una sentenza per far cadere il governo Letta", ha dichiarato correttamente Mariastella Gelmini.

Probabilmente dietro a questa sentenza assurda, senza nè capo e nè coda, ci sono i veri poteri forti, che vogliono mettere in difficoltà il governo letta che è forse l'unico con le potenzialità di mettere in campo le vere riforme che servono a questa nostra bella e sgangherata Italia. D'altronde questa intrusione della giustizia italiana nelle vicende politiche sta operando sin dagli anni '80, prima con la condanna e l'assoluzione di Enzo Tortora ed in seguito con il finto terremoto di Tangentopoli che alla fine ha partorito un topolino. Nel 1995 è stato fatto cadere il primo governo Berlusconi, con un avviso di garanzia, e nel 2006 il secondo governo Prodi con l'indagine sul ministro Mastella, che si è conclusa con un nulla di fatto. Sono stati condannati giornalisti e giornali di destra, mentre quelli di sinistra e antiberlusconiani possono scrivere tutto ciò che vogliono. Craxi fu condannato senza prove, solo perchè "non poteva non sapere" e la stessa cosa si vuol fare ora con Berlusconi.

Vediamo le tante stranezze di questa sentenza: a Berlusconi viene contestata una indebita pressione sui poliziotti della questura (la presunta concussione), ma questi negano e quindi non ci sono concussi. Poi sulla questione "Ruby", che è la vicenda concatenata, viene rilevata una induzione alla prostituzione, ma la ragazza nega tutto e così anche qui non c'è la presunta vittima. Quindi dove sono i reati contestati? Non solo, il collegio giudicante ha addirittura inasprito la richiesta dell'accusa, prassi assolutamente inusuale e forse mai applicata prima! Inoltre tutti i testimoni della difesa vengono indagati per falsa testimonianza! Anche questa prassi inusuale e altamente destabilizzante per qualsiasi altro procedimento futuro. Guarda caso il collegio giudicante ed il Pubblico Ministero sono tutte donne e quarda pure caso si è giunti a sentenza in soli due anni e mezzo, a differenza della lunghissima durata di quasi tutti i processi in Italia.

Se non si arriva finalmente ad una riforma radicale del sistema giudiziario, dove magistrati e giudici devono solo essere semplici funzionari dello Stato e se sbagliano devono pagare come tutti noi, l'ordinamento istituzionale italiano non potrà mai funzionare a dovere e ci saranno sempre ripercussioni pesanti sull'economia. Perchè i processi costano enormemente, sia quelli  contro Berlusconi che tutti quelli quotidiani,  sia per la loro durata che per l'influenza che hanno sui governi, che non sono così in grado di portare a termine il loro impegno.    

 


 

 

 

Cronache dal puttanesimo fogliante

Tanti in piazza Farnese. Pitonesse, elefanti e pin-up sculettanti

"Siamo tutti puttane” – e pure parecchi. Quasi quasi c’è da battersela con i settecento invitati dell’ambasciata di Francia, a scopo beneficenza, trecento euro a botta. Qui invece è tutto gratis (tranne la pregevole e già classica t-shirt, così da esibire il rivendicato puttanesimo tanto sul petto quanto sul pettorale), seppure a scopo, si potrebbe dire, di non minore beneficenza. Chi ha il rossetto se lo dia, chi ha un tacco quindici lo calzi, pure lo spacco su villosi polpacci non avrà da raccogliere disdegno. Le puttane nella polvere – col Gran Puttaniere a franare con esse; le puttane elevate verso il cielo alto di piazza Farnese. C’è qualche “buffone! buffone!” che vaga qua e là nell’aria, ma poca roba, appena ministeriale impegno, adesso sennò quando? Si dibatte all’angolo della piazza. Signora numero uno, di buona taglia e causa liberale: “Berlusconi è un grande lavoratore!”. Signora numero due, di taglia media e causa boccassiniana: “Ah sì, con tutte quelle puttane?”. Signora numero uno: “Embè? E’ un gran lavoratore in tutto!”. Il camioncino che serve da palco – piccolo camioncino, da comizio volante degli anni Cinquanta – si fa presto stracarico. E si capisce: l’Elefantino che si passa un acceso fucsia sulle labbra, tra il toscano e il pelo fulvo, Daniela Santanchè detta la Pitonessa, Selma Dell’Olio, Luigi Amicone, la figura cartonata a grandezza naturale (dunque cartonata ma senza sperpero di cartone) del Cav. (che l’Elefantino tra le ovazioni innalza, a mo’ di pupo dell’Ara Coeli), la maxi foto del faccione di Zio Mubarak (con tanti capelli e parecchio tinti: copia?)… E poi, ammasso di telecamere, spintoni, ahò, e state bòni!, ma che è, che è? E’ la signorina Francesca Pascale che s’avanza, “la fidanzata dell’Amor Nostro”, dice l’Elefantino mentre il rossetto gli si espande ai lati come sulla maschera di Joker, “le mie immacolate labbra di predicatore”; la fidanzata del “mio ragazzo”, come dice la sua pregevole imitazione televisiva, in compagnia di Maria Rosaria Rossi, vestale-filtro-barricata di Palazzo Grazioli. “Un piccolo show del nostro scontento”, spiega l’Elefantino. Moralisti no, scontenti sì. La questione è semplice, dice, e insieme iniqua. Sette anni e cancellazione dalla vita pubblica. Un crimine ardito? Un delitto feroce? Un insano atto? E il delitto dov’è?, chiedono dal camionciono e chiede la piazza. E la vittima dove sta? “Berlusconi non è un santo”, e si capisce: ché pur Unto alla santità non aspira. Godurioso, mica matto. Piuttosto agli amori, il Don Pasquale brianzolo, aria di Donizetti, regalomane di suo, tanto di cravatte quanto di pecunia – tenga buon uomo, tenga bella donna. Il suo essere banalmente normale, il suo essere banalmente danaroso, che ai ceppi si vuol mandare. “Brutti puritani che non siete altro!”. Causa persa, brutta causa che il senso comune ora sfugge pur, il senso comune, la stessa bramando? “Difendere l’indifendibile è una delle più note attività liberali”. Voce dalla piazza: “Sì, ma in filosofia è un aporia…”. Voce dal sen fuggita a giovane invitato al desinare in ambasciata: abito blu impeccabile, gemelli e abbronzatura da tennis club, ma dal taschino della giacca esce un irriverente fazzoletto con pin-up con culetto all’aria. A consolare gli ospiti d’oltralpe? A solidarietà con il donizettiano cantore di Arcore? Per maggior sicurezza, una signora – s’intuisce indignata, s’intuisce schifata – piazza la sua telecamerina sul temerario manufatto: che il culetto si veda bene!, che l’infame sorrida ignobilmente! Nella ressa, la Pascale di destreggia e l’Amor Suo protegge: “Sono ferita dalla giustizia. Dell’uomo che amo posso essere solo orgogliosa”. Si evocano, dal palco, “le buzzicone e i buzziconi moralisti”, la Santanchè la libertà, Selma “i fissati e le fissate con il pisello di Berlusconi”. Ruggisce, la moralità sparsa qua e là. Qualche moscia bandiera pidielle. Pure la bionda siliconata c’è (e ben ci sta). La piazza è bella piana. L’ambasciata ormai pure. Edith Piaf s’innalza orgogliosa, “Je ne regrette rien”. Bon appétit!

di Stefano Di Michele


 

Se le toghe fanno le badanti della sinistra

La condanna di Silvio Berlusconi (sette anni di carcere più interdizione perpetua dai pubblici uffici) ci amareggia, ci avvilisce, ma non ci sorprende

 
 

Siamo uomini di mondo e abbastanza vecchi per averne viste di tutti i colori. Cosicché la condanna di Silvio Berlusconi (sette anni di carcere più interdizione perpetua dai pubblici uffici) ci amareggia, ci avvilisce, ma non ci sorprende.

 

Dal 1994 il Cavaliere è in politica, e da allora - da quando cioè inaspettatamente vinse le elezioni - è considerato l'avversario numero uno della sinistra che, caduto il pentapartito, si era considerata erede unica al potere. Un avversario dapprima sottovalutato, quindi preso poco sul serio, poi, visto il suo successo sul piano dei consensi, temuto, odiato e giudicato talmente ingombrante da meritare di essere combattuto su ogni fronte, anche giudiziario.

La nostra analisi, per quanto possa apparire affrettata, si basa su dati di fatto, sull'osservazione della realtà. In effetti la prima botta in testa all'intruso (un imprenditore improvvisatosi leader politico) fu inferta proprio nel 1994, a pochi mesi dal suo trionfo alle urne. Era la fine dell'anno: Silvio Berlusconi, durante un vertice internazionale, ricevette un avviso di garanzia per un reato. Non ricordo quale, ma ricordo che la storia finì in una bolla di sapone. Comunque fu un segnale. Di cui gli ex comunisti furono ben lieti: dalla politica la battaglia si trasferiva anche sul terreno giudiziario. Berlusconi andava sputtanato in ogni modo, distrutto nella reputazione e nell'immagine. Dopo di che, anche politicamente, egli avrebbe pagato il fio.

Ecco perché i compagni, da quel momento, si sono sentiti alleati dei giudici: dove non arriviamo noi, speriamo che arrivino loro, ragionavano. Passa il tempo. Vince Romano Prodi, la Lega si slega dal centrodestra. Tutto sembrava accomodarsi secondo i desideri e gli interessi dei postcomunisti. Calcoli sbagliati. Il Cavaliere non capisce l'antifona e insiste a stare al vertice di Forza Italia. Nel 2001 rivince le consultazioni e governa per cinque anni. L'opposizione si dispera. Ha l'impressione che il leader del centrodestra abbia sette vite come i gatti e che sia difficile, se non impossibile, batterlo con le armi della politica. Per cui ogni iniziativa delle Procure è salutata quale opportunità di sconfiggerlo, mandarlo a casa, lasciando lo schieramento conservatore (se è lecita la definizione) orfano del suo principale sponsor.

I processi, le perquisizioni, le intercettazioni tese a incastrare il nemico numero uno dei progressisti non si contano e si accavallano. Nonostante ciò, lui se la cava sempre. Nel 2006 Berlusconi perde le elezioni, anzi le pareggia. Nel 2008 le vince. Nel 2013 le pareggia di nuovo. Insomma, anche quando sembra morto, il Cavaliere con un colpo di coda si rialza. E la sinistra non sa più a che santo votarsi per liberarsi da questo signore che le vieta di pigliare in mano il timone del Paese. Non le resta che confidare nella tenacia della magistratura: o ce la fanno le toghe a eliminarlo o gli eredi del Pci sono fritti.

Ai nemici di Silvio non par vero che le Procure abbiano sul tavolo le carte dei diritti Mediaset (presunta evasione fiscale) e di Ruby Rubacuori, squallida vicenda di sesso e ammennicoli vari. È noto che all'imprenditore-politico le donne piacciano. Ci gioca. Si vanta di conquistarne parecchie. Un'occasione eccellente per metterlo sotto. Non ho - non abbiamo - gli strumenti per dire come si siano svolte le famose cene eleganti nella villa di Arcore. Mica siamo poliziotti. Ci limitiamo a segnalare che Ruby nega di essere stata a letto col padrone di casa e che nessuno dei supposti concussi (la telefonata in questura) afferma di essere stato vittima di concussioni. Di norma, se non esistono le vittime di un reato non esiste neanche il reato. Nel caso di specie accade qualcosa di stravagante o quantomeno strano: i giudici non credono a Ruby (vittima, quindi, a propria insaputa) e neppure a quelli che dicono di non essere stati costretti ad agire secondo la volontà del Cavaliere.

E allora? Per condannare Berlusconi bisogna sbugiardare i testimoni. Dov'è il problema? Essi saranno perseguiti per falsa testimonianza. Cerchio chiuso. Anche chi non s'intenda di diritto e pandette comprende l'anomalia. In sintesi, l'imputato è stato condannato a una pena superiore alle richieste del pm Ilda Boccassini. Conclusione. Dato che la politica non è mai stata in grado di spedire fuori gioco il Berlusca, ha provveduto la giustizia a fare «giustizia»: in galera. Ma non è detta l'ultima parola.

Ci sarà l'appello, poi la Cassazione. Dopo di che il quadro sarà completo. Magari falsato, ma non parziale quanto quello di oggi. Comunque, confessiamo di essere basiti, pieni di sospetti e di dubbi. Una democrazia che non riesca a funzionare senza aggrapparsi in qualche modo alla magistratura, non è una democrazia. E una magistratura che si presti, o che dia l'idea di prestarsi, a determinate manovre non fornisce una prova esemplare di autonomia. È solo una sensazione, ma molto forte.