Terrorismo e fondamentalismo: Terza Guerra Mondiale

Paolo Mieli, "Corriere delle Sera" 4 dicembre 2003: "...Quanto allo specifico Nazioni Unite, Mini (tenente-generale, ex comandante dell' operazione di pace-keeping Nato ) afferma che «il Kosovo ha dimostrato che l' intervento post-conflitto affidato a una moltitudine di enti e burocrazie è un modo inefficiente che promuove altre inefficienze e produce ulteriori destabilizzazioni»; l' unico punto in cui «la burocrazia Onu è veramente un modello di efficienza è nella salvaguardia dei propri funzionari». Di più: «Dal Kosovo l' Onu può trarre l' ammaestramento di non essere in grado, per cultura e struttura, di gestire in maniera efficiente né la crisi di bassa-media intensità né le fasi post-crisi di realtà complesse, ancorché di modeste dimensioni». Perciò chi propone al resto del mondo il «modello dell' intervento internazionale a guida Onu in Kosovo», lo fa, secondo Mini, sulla base «di una valutazione superficiale e della finzione che i risultati effettivamente ottenuti siano deludenti soltanto perché riferiti a un tempo breve o ad aspettative iniziali troppo ottimistiche ed euforiche»; mentre invece, sempre secondo Mini, «il vero limite di questo modello sta nella concezione e nell' organizzazione degli interventi». Per parte mia, io che pure auspico un maggiore coinvolgimento sia dell' Onu che dell' Europa nella gestione provvisoria del dopoguerra in Iraq, tenderei a fidarmi delle valutazioni dell' autore di questo libro Einaudi. E ovemai la parola d' ordine «consegniamo l' Iraq all' Onu» sia un modo elegante (elegante?) per dire «scappiamo di lì con una scusa qualsiasi», ritengo che nelle condizioni di adottare questo stratagemma possano esserci tutti, proprio tutti, tranne chi, poco meno di cinque anni fa, ci ha guidati nella guerra e nel dopoguerra («umanitari», certo) del «suo» Kosovo.

Angelo Panebianco, "Corriere della sera" 1 settembre 2004:"…Per gli imbrattacarte, e quelli che li seguono, la questione irachena non è altro che la continuazione della «guerra contro Berlusconi» con altri mezzi. Per costoro, è bene che le cose vadano male per gli occidentali in Iraq, che Bush vi incontri il suo Vietnam, soprattutto perché Berlusconi è alleato di Bush e una sconfitta militare del secondo danneggerebbe politicamente anche il primo. Per questo, nobilitano come «resistenti» le bande irachene in armi. Non avrebbero tutto sommato nulla da ridire se in Iraq, alla fine, vincesse Al Qaeda. Tutto va bene se può servire a... «fregare Berlusconi»…Al Sistani gode dell' appoggio della schiacciante maggioranza degli sciiti (e gli sciiti costituiscono, a loro volta, la maggioranza degli iracheni) e Sistani appoggia il governo provvisorio, non vuole che gli occidentali se ne vadano, e fortissimamente vuole che si arrivi alle elezioni… In Iraq sono previste elezioni nel 2005, l' insediamento definitivo di un governo eletto nel gennaio 2006 e la conseguente partenza delle truppe occidentali. Per cosa si batterebbero dunque questi «resistenti»? Impedire le elezioni? Impedire che le truppe occidentali se ne vadano? Non c' è in Iraq un esercito di occupazione destinato a stare lì indefinitamente (l' Iraq non è la Cecenia). Ci sono invece truppe che smaniano per andarsene via e che lo faranno di sicuro, e di corsa, se i cosiddetti «resistenti» non riusciranno ad impedirlo mandando a carte quarantotto il processo di formazione di un sistema di governo costituzionale. Dov' è dunque la resistenza? Oltre al «normale» marasma che non poteva non seguire a una feroce, lunghissima dittatura, c' è il terrorismo islamico d' importazione, ci sono le manovre degli Stati confinanti (che temono le ripercussioni di una eventuale stabilizzazione dell' Iraq), ci sono i nostalgici del vecchio regime, e c' è la questione sunnita (il fatto che i sunniti, antico e arrogante gruppo religoso dominante, devono dolorosamente acconciarsi a vivere in un Iraq a maggioranza sciita). Ma che c' entra tutto questo con la «resistenza all' occupante»? In Iraq c' è una sola cosa che noi occidentali possiamo fare: appoggiare con tutte le nostre forze il governo provvisorio e tentare che il processo di normalizzazione costituzionale non venga interrotto dall' azione delle bande armate (ma lo capiranno mai i francesi e i tedeschi?). Solo così possiamo fare coincidere il nostro interesse particolare e l' interesse generale: difendere le residue speranze di un Iraq democratico e difendere noi stessi dalla furia del fanatismo pseudo-religioso.