La sinistra sta sostenendo che è colpa di Bush e di Blair ma prima o poi anche tanti pacifisti ad oltranza si renderanno conto che è in atto un attacco planetario, la guerra per l'America è iniziata l'11 settembre ma dai terroristi è stata dichiarata molto prima. L' immane strage delle Torri Gemelli è stata la più imponente di una serie già lunga e che ancora non ha fine attraversando tutto il mondo, dal Medioriente all' Indonesia.
L'offensiva dei fondamentalisti islamici mira a colpire chiunque appoggia o si avvicina ad Israele e all'America, esempio ne sono gli attentati di Istambul contro una Turchia patria di un islam moderato che tenta di avvicinarsi all'Europa. Fanno leva sul fanatismo religioso per convincere i kamikaze e terrorizzare i musulmani moderati, ma ai capi interessa il potere e non la religione. Hanno colpito l' ONU, la Croce Rossa ed i soldati italiani perché stavano riportando l' Iraq ad una situazione più umana. Questi attentati ci sarebbero stati ugualmente anche senza l' intervento armato in Afghanistan ed in Iraq, anzi forse anche in misura maggiore perchè avrebbero avuto più campo libero e maggiore organizzazione. La terribile sequenza di sequestri, seguita dalla feroce uccisione degli ostaggi, dimostra che questi integralisti non hanno alcuna pietà; nemmeno per chi, come la Francia ed i francesi che si erano opposti all'intervento bellico, oppure per la povera gente che si reca in Irak rischiando pru di lavorare, nemmeno per i bambini. La brigatista italiana Lioce ha inneggiato alla guerriglia irachena dimostrando così se non priprio un legame con Al Qaeda sicuramente una preoccupante simpatia. Anche la sinistra italiana ha gravi colpe perché si è sempre schierata in maniera quasi feroce con palestinesi e musulmani contro ebrei e cattolici, infischiandosi degli atti di terrorismo conseguenti, e non prende le distanze dagli estremismi interni dai quali si generano i brigatisti.
Elio Maraone, "L'Avvenire" 20 novembre 2003: "...per rispetto dei morti di Nasiryah - caduti nella convinzione di essere laggiù per tentare di stabilire senza violenze un ordine democratico - occorre avere il coraggio di lottare per la Pace...pace ben sappiamo che non può essere semplicemente assenza di conflitto, ma serena convivenza nel generale sviluppo umano, coesistenza che lasci spazio e pieno decoro ad ogni nazione, ad ogni cultura, ad ogni fede religiosa...che cosa possiamo e vogliamo fare contro questo terrorismo globale (cioè quello che, tra l'altro, va dall'Iraq al Medio Oriente alla Turchia)?...possono essere trovate diverse soluzioni politico-diplomatiche, all'insegna di un nuovo e più stringente mandato dell'ONU, così da fare capire agli iracheni che si tratta di un'impresa di pace e non di potere...Una volta però che questo sia accaduto (e non sarà facile), il terrorismo in Iraq e altrove non finirà di colpo...Nel frattempo, ai soldati italiani che restano laggiù o altrove, impegnati in cause di pace limpidamente riconosciute, arrivi il segno della piena approvazione nazionale. Guai a farli sentire soli."
Emma Bonino, "Il Giornale" 21 novembre 2003: "...E' un conflitto di sistemi politici: da un lato gli estremisti fanatici, dall'altro le democrazie...La forza del terrorismo è stata sottovalutata. Riad, Casablanca e ora Istambul. Guardando la carta geografica ho l'impressione che qualcuno si sia illuso...".
Paolo Guzzanti, "Il Giornale" 21 novembre 2003: "...è una guerra diversa da ogni altra guerra del passato...chi scrive, come chi legge, detesta la guerra, odia la violenza, patisce una vita politica come quella italiana fatta di odio, rancore, veleni e mascalzonate. Ma noi democratici siamo fatti così: rifiutiamo di combattere fino alla fine, cerchiamo di ragionare e dialogare fino alla fine e oltre il possibile. Poi però, quando ci tirano per la giacca e ci prendono a colpi di dinamite, reagiamo, combattiamo e, la storia insegna, con fatica e con dolore, vinciamo. Questo è ciò di cui dobbiamo renderci tutti conto e prima lo facciamo, meglio è."
Carlo Panella, 24 novembre 2003: "Nelle moschee italiane non si definisce come atto terroristico l'uccisione dei soldati italiani, ci sono tante persone perbene fra essi ma hanno paura di esporsi."
Paolo Mieli, "Corriere delle Sera" 4 dicembre 2003: "...Quanto allo specifico Nazioni Unite, Mini (tenente-generale, ex comandante dell' operazione di pace-keeping Nato ) afferma che «il Kosovo ha dimostrato che l' intervento post-conflitto affidato a una moltitudine di enti e burocrazie è un modo inefficiente che promuove altre inefficienze e produce ulteriori destabilizzazioni»; l' unico punto in cui «la burocrazia Onu è veramente un modello di efficienza è nella salvaguardia dei propri funzionari». Di più: «Dal Kosovo l' Onu può trarre l' ammaestramento di non essere in grado, per cultura e struttura, di gestire in maniera efficiente né la crisi di bassa-media intensità né le fasi post-crisi di realtà complesse, ancorché di modeste dimensioni». Perciò chi propone al resto del mondo il «modello dell' intervento internazionale a guida Onu in Kosovo», lo fa, secondo Mini, sulla base «di una valutazione superficiale e della finzione che i risultati effettivamente ottenuti siano deludenti soltanto perché riferiti a un tempo breve o ad aspettative iniziali troppo ottimistiche ed euforiche»; mentre invece, sempre secondo Mini, «il vero limite di questo modello sta nella concezione e nell' organizzazione degli interventi». Per parte mia, io che pure auspico un maggiore coinvolgimento sia dell' Onu che dell' Europa nella gestione provvisoria del dopoguerra in Iraq, tenderei a fidarmi delle valutazioni dell' autore di questo libro Einaudi. E ovemai la parola d' ordine «consegniamo l' Iraq all' Onu» sia un modo elegante (elegante?) per dire «scappiamo di lì con una scusa qualsiasi», ritengo che nelle condizioni di adottare questo stratagemma possano esserci tutti, proprio tutti, tranne chi, poco meno di cinque anni fa, ci ha guidati nella guerra e nel dopoguerra («umanitari», certo) del «suo» Kosovo.
Angelo Panebianco, "Corriere della sera" 1 settembre 2004:"…Per gli imbrattacarte, e quelli che li seguono, la questione irachena non è altro che la continuazione della «guerra contro Berlusconi» con altri mezzi. Per costoro, è bene che le cose vadano male per gli occidentali in Iraq, che Bush vi incontri il suo Vietnam, soprattutto perché Berlusconi è alleato di Bush e una sconfitta militare del secondo danneggerebbe politicamente anche il primo. Per questo, nobilitano come «resistenti» le bande irachene in armi. Non avrebbero tutto sommato nulla da ridire se in Iraq, alla fine, vincesse Al Qaeda. Tutto va bene se può servire a... «fregare Berlusconi»…Al Sistani gode dell' appoggio della schiacciante maggioranza degli sciiti (e gli sciiti costituiscono, a loro volta, la maggioranza degli iracheni) e Sistani appoggia il governo provvisorio, non vuole che gli occidentali se ne vadano, e fortissimamente vuole che si arrivi alle elezioni… In Iraq sono previste elezioni nel 2005, l' insediamento definitivo di un governo eletto nel gennaio 2006 e la conseguente partenza delle truppe occidentali. Per cosa si batterebbero dunque questi «resistenti»? Impedire le elezioni? Impedire che le truppe occidentali se ne vadano? Non c' è in Iraq un esercito di occupazione destinato a stare lì indefinitamente (l' Iraq non è la Cecenia). Ci sono invece truppe che smaniano per andarsene via e che lo faranno di sicuro, e di corsa, se i cosiddetti «resistenti» non riusciranno ad impedirlo mandando a carte quarantotto il processo di formazione di un sistema di governo costituzionale. Dov' è dunque la resistenza? Oltre al «normale» marasma che non poteva non seguire a una feroce, lunghissima dittatura, c' è il terrorismo islamico d' importazione, ci sono le manovre degli Stati confinanti (che temono le ripercussioni di una eventuale stabilizzazione dell' Iraq), ci sono i nostalgici del vecchio regime, e c' è la questione sunnita (il fatto che i sunniti, antico e arrogante gruppo religoso dominante, devono dolorosamente acconciarsi a vivere in un Iraq a maggioranza sciita). Ma che c' entra tutto questo con la «resistenza all' occupante»? In Iraq c' è una sola cosa che noi occidentali possiamo fare: appoggiare con tutte le nostre forze il governo provvisorio e tentare che il processo di normalizzazione costituzionale non venga interrotto dall' azione delle bande armate (ma lo capiranno mai i francesi e i tedeschi?). Solo così possiamo fare coincidere il nostro interesse particolare e l' interesse generale: difendere le residue speranze di un Iraq democratico e difendere noi stessi dalla furia del fanatismo pseudo-religioso.
